Tetrákordon. Collettiva di Belsole, Mugnaioli, Nuti, Wojcik

Si sta svolgendo in questi giorni a Viterbo, allestita presso il Palazzo degli Alessandri, la collettiva “Tetrákhordon” degli artisti Franco Belsole, Daniela Mugnaioli, Franco Nuti e Maria Wojcik.
La mostra, che è presente in contemporanea anche a Roma presso la galleria del Centro culturale Mouseion, riunisce i quattro borsisti italiani al Progetto internazionale Civitella d’ Agliano 1991 – tema “Tempi”, che si ritrovano dopo un anno da quella esperienza per offrire un significativo stralcio della propria attività e della sua evoluzione, con opere di pittura, scultura e fotografia. 

Si tratta dunque di una verifica comparata sulla produzione di questi artisti, con differenziate linee evolutive, con alle spalle autonomi percorsi, che in seguito all’esperienza della comune sperimentazione non hanno formulato un programma unitario collettivo, ma rinsaldato, piuttosto, legami umani ed artistici significativi.
Tetrákhordon presenta quindi, secondo una scansione diatonica, un’interessante documentazione sull’attuale panorama dell’arte contemporanea e parimenti costituisce un ulteriore intensificarsi di rapporti tra due territori, come il Viterbese e il bacino che gravita intorno alla capitale. Rispettato sia nell’impostazione, nell’idea guida che ha determinato il nascere dell’iniziativa, sia nell’ allestimento all’interno dei due spazi, il carattere di variegata proposizione di autonomi percorsi in atto, che legati da stretti raccordi di filiazione con fasi recedenti, evidenziano i prodromi di ulteriori estensioni, di interessanti progressioni. 

L’obbiettivo di Franco Belsole cattura l’angosciata solitudine urbana lungo un itinerario attraverso capitali europee sovraffollate, orridi prodotti delle nuove negazioni della cultura, ormai privati di spazi e dimensioni vivibili. Si sofferma con attenzione e parallelamente con il lirico gusto del particolare, del senso di caducità che il momento cristallizzato nella foto ha insita, e coglie gesti, scruta oltre volti assorti e minacciosi nel preservare l’apparente impenetrabilità che li contraddistingue. Imprime ritmi serrati, focalizza drammatiche inquadrature geometrizzate e ci ridona una galleria di varia umanità persa nel trasognato vagare dei pensieri oltre le grigie cortine della città, oltre le fredde barriere di metallo e vetro degli edifici. 

Daniela Mugnaioli, enuncia nella pluralità ricondotta all’uno, la sovranità incontrastata della modulazione cromatica intesa come basilare fondamento della pittura. Secondo concisi equilibri e calibrati contrasti, rafforza nella gerarchia dei rapporti la promanazione dei guizzi, di giustapposizioni senza leziose aggettivazioni e discordanze. E’ una trama che non ammette cesure ma che impone una fitta tessitura, pregna di auliche atmosfere pittoriche, che richiama nei connubi cromatici suggestioni manieriste e allo stesso tempo raggiunge perfetta simbiosi tra astrazione e ricerca dell’essenza, della matrice che informa di sé la pittura nel suo evolversi, nel suo essere strumento espressivo. Tale processo di astrazione coincide con un’inesistente tensione finalizzata alla riappropriazione dell’equilibrio compositivo inteso non soltanto come canone formale. 

Franco Nuti indaga sulla superficie materializzata in ravvolte increspature, studia la sensorialità della tridimensione nel tentativo di individuarne i momenti cruciali del distacco del piano, della travalicazione, riconducendoli ad una fase di adeguata uniformità a teoremi spaziali che da tecniche non più esclusivamente pittoriche sfociano in dinamicità scultoree. Materiali come la carta e la stoffa si uniformano negli assemblaggi alla plasticità dell’opera tridimensionale, trasudano moti ancora imbrigliati, che non trovano pieno sfogo e sembrano dover rivaleggiare con la limitatezza che la stessa fisicità comporta. Questa ricerca impone dunque una “cooperazione sensoriale” e in tal senso si rifà a conquiste d’avanguardia riuscendo tuttavia a conservare un’ evidente, originale connotazione. 

Maria Wojcik imprime sulla materia la forza vibrante della creazione, sinonimo d’assoluto, conduzione al fine e prologo di nuova vita e di nuova storia. I materiali da lei usati sono il legno e la pietra, per antonomasia strumenti dell’evoluzione umana, che hanno scandito cicli di pacifica convivenza e momenti di cruenta lotta. L’artista vi si avvicina con il rispetto di chi porta a compimento un’azione di rivalutazione, di ossequiante riscoperta e tuttavia traendo motivazione per la propria attività da retaggi comuni, da arcane origini, le ridona connotazioni attuali arricchendo la forma tridimensionale di accesi pigmenti in una tensione verso la compenetrazione tra pittura e scultura. Ne deriva una poetica dell’atemporalità e forse del non voler appartenere comunque ad un momento ben preciso, del voler travalicare confini limitanti e fittizi.