Nuovi itinerari dell'arte moderna

Recita un trafiletto di TrovaRoma uscito in contemporanea alla mostra Tetrákhordon (Franco Belsole, Daniela Mugnaioli, Franco Nuti, Maria Vojcik) di Palazzo degli Alessandri che il motivo aggregante delle opere dei quattro artisti sta nel fatto che hanno compiuto esperienze, in tale direzione significative, frequentando il Progetto Civitella D’Agliano.
Non ci sembra che il riferimento abbia una reale base, non tanto e non solo perché assolutamente diverse sono le formulazioni espressive dei quattro, ma perché il Progetto, non foss’altro che per la brevità degli stage e la mancanza di un’adeguata articolazione pedagogica, difficilmente può indurre soggetti di differente estrazione nazionale e culturale a “sintagmi” unitariamente amalgamabili. 

Semmai, per tenerci su più congrui riferimenti, è da vedere se le opere esposte introducono sufficienti spunti di dibattito in relazione alle novità sperimentative emerse dalla rassegna Documenta IX di Kassel, alla luce ad esempio dei rifiuti a parteciparvi di Kounellis e di Verkruysse, o delle opzioni che si sono viste alla Fiera di Basilea che è iniziata tre giorni dopo Kassel. 

A parte, in questo contesto, resta il discorso sulla XII Quadriennale di Roma perché gli artisti sono italiani e quindi i termini del confronto sono come ristretti in un contenitore di famiglia! 

Venendo al merito della mostra che ci occupa, necessariamente tralasciando per ragioni di spazio una più congrua trattazione in rapporto a quanto rilevato sin qui, dobbiamo dire che le ragioni di un mutamento indicativo per togliere da infiacchiti approdi le estetiche visive, ci viene decisamente dalla fotografia in bianco e nero di Belsole, e dai quadri di Nuti

Il tema della solitudine, intesa come sfiducia ed estraniamento, riflusso nella propria privatezza, costituisce il filo conduttore delle immagini fotografate da Belsole. Si vedano gli agglomerati di individui nel caos cittadino, sapientemente lasciato intuire fuori campo, i quali di nulla sono testimoni se non di una loro presenza svagata, atrocemente incomunicabile. Oppure si indaghi sulle figure riprese in più piani prospettici su cui incombono e da cui emergono intagli, talora volutamente sfocati, di una narrazione che non riesce a prendere quota, che si consuma in un non senso, nell’abisso di una micidiale paralisi. 

Sembra di trovarsi nelle ambientazioni costruite con gli scatti di M. e G. Arnould, I. Formosa e B. Jarret, pur nella distanze rimarchevoli dei parametri stilistici, quando sugellano realtà di corrose archeologie e irriconoscibili avanzi; opere che certamente Belsole conosce e dalle quali trae forse elementi di guida “verso la domanda e il dubbio”.
Quanto ai “Vinavil su canapa” di Daniela Mugnaioli, si verte in tema di spazialismo fenomenico, così come discende dai presupposti teorici del saggio di P. Francastel: “Pittura e società” del 1951.
Le grandi tele-pareti della Mugnaioli sostanzialmente monocrome con esili, eppure tanto ispirate “inchiostrature”, dicono, mutuando da G. Dorfles, dell’estremo silenzio delle “profondità inesplorate” e di quel certo tipo di stesure pittoriche che Goethe già in “Farbenlehre” aveva definito come “diretta eloquenza del colore”. 

Passando alle composizioni di Nuti, il lato suggestivo scaturisce dalle percezioni tattili delle stoffe, delle carte, ecc … in esse impiegate che in piena aderenza al midium dell’effimero seguito ai valori del postimpressionismo e del postcubismo, afferma una convincente “lontananza” dall’efficientismo esibizionistico del nostro stracco paradiso dei consumi. La “casualità” dell’impianto si sostiene su nessi volumetrici che bene congiungono l’opacità scabra delle superfici con una fenomenologia di balze tridimensionali, rovinosamente grezze e cascanti. Un’astrazione in fondo drammatica, così come l’avrebbe definita lo studioso e critico spagnolo Gonzales Robles, dato che qui il poverismo non è mera deprivazione, ma emozionata presa di coscienza di conflittuali ricusazioni. Nuti ci giunge come un artista “materico” cui accordare un forte grado di attenzione.
Riguardo alla Vojcik, infine, interessanti appaiono le installazioni per ciò che attiene alla dialettica ambientale. L’artista polacca trova che E. Anselmi nella presentazione del catalogo ha colto dappresso i significati delle sue opere. Conseguentemente ne trascriviamo alcuni passaggi: « … il legno, la pietra sono la materia, storicizzati elementi dell’evoluzione umana, frammenti intrinsechi di passato che ricompone la propria parabola, sedimentati indizi di culture con cui l’uomo ha innalzato are e simulacri alla divinità o ricavato armi, strumenti di sopraffazione. L’artista vi si avvicina per ricreare, filtrati e rivissuti, echi di civiltà, forme che rivivono emerse da retaggi comuni da mitiche origini, con il rispetto della rivalutazione, della riappropriazione, della consapevole necessità di perpetuare, di tramandare».