Dissimmetrica

Dissimetrica è il titolo della mostra curata da Alessandro Masi e presentata al Palazzo dei Congressi, nell’ambito del III Salone d’arte moderna e contemporanea «Arte Roma 91».
Benché inflazionati da chimeriche proposte artistiche, siamo paradossalmente poveri di contenuti. Certo è specchio di questa nostra epoca dai rapidi consumi e dagli altrettanto rapidi ripescaggi, in cui nonostante l’estrema facilità di contatti e comunicazioni, ci si è disabituati al confronto che non sia retorico, alla ricerca che non sia finalizzata. Queste sono banalità, ma evidentemente importanti, se molti fingono di non dibattercisi.

Il gruppo d’artisti presentato è disomogeneo. Tra questi Arlene Santana Thorton, americana, dal tratto minimo e intenso, ma inspessito da una luce densa, propagantesi per sovrapposti, congiunti tasselli di croma, quasi a voler scalfire la profondità della notte, che tanto l’attrae e ispira: una criptografa, sensibile al richiamo della Bergmaniana <<ora del lupo>>, l’ultim’ora prima dell’alba, in cui nascite e morti, intense nostalgie e violenti desideri, intrecciano percorsi, che cerca ansiosamente di rintracciare con la sua opera, ritessendoli in una dimensione classica dove tutto è regola perché già difformità. 

Maria Ines Fontenla, argentina, traccia segni di una scrittura lontana, su lastre di metallo dorato ma opaco, quasi ripiegato su sé stesso a trattenerne le energie, a frantumarne la luce, in una metamorfosi di materia e memoria che si scambiano e completano nel creare segni forti che la determinino in quanto pittura.
Tra il mito e la fiaba oscillano le sculture in legno della rumena Maria Wojcik, poderose presenze dalle suggestioni lontane, sogni sbiaditi, improvvisamente concretizzati con forza e calore, fruibili (come la «Panchina del soldato-) ma completati da personaggi invisibili, in un gioco-lotta teso ad affermare tutte le dimensioni del proprio essere.
Elisabetta Di Pisa scatena tempeste di luce, nel rincorrere una luminosità che è tutta interiore, attraverso il colore; dal profondo trae le sue Venezie, fantasmi ossessivi ed inquietanti, che si risolvono in un equilibrio di grande essenzialità perché decisamente intimo, <<assorbito>>. 

Franco Nuti, dispone tele, carte stropicciate, stratificate, in cui delicati valori di colore ovattato, si riavvolgono inquieti, sfondano il telaio o lo capovolgono, a coinvolgere il circostante, con la sua luminosità, in un fitto gioco di rimandi e suggerimenti velati.
E ancora in Claudio Schiavoni, la luce è l’elemento fondamentale da sfidare, attraversare, esplorare, comprimere magari. Superfici caratterizzate da segni incrociati, minuscoli tratti di colore, stratificati in un dirompente esplodere d’energie che non sempre vengono scatenate da elementi positivi, ma son tutte protese a coagularsi in un discorso concreto, complesso, prepotentemente significante.