Per Franco Nuti carte veline fragili come i ricordi

Per non pochi versi, anche se non totalmente, il lavoro di Franco Nuti, qui esposto in un regesto antologicamente esemplificativo, sembra aderire a quel filone, o polo generico di interpretazione, che legge e predica un’arte da intendersi come invenzione, vale a dire (tralasciando nella fattispecie il connotato di novità che il vocabolo può assumere e che rimane uno dei dati più connotativamente caratteristici e segnanti della cultura occidentale) un’arte quale creazione, traduzione in realtà sensibile di una idea o di una idealità inventiva, di scoperta e di ritrovamento, non necessariamente disgiunta da precedenti esperienze.
Un procedimento che si esplicherebbe anche, quindi, per “proiezione” e “introiezione”; e questi due principi, che chiamano in causa memoria e inconscio, sembrano essere le ragioni chiare, anche se non dichiarate, di una pittura quale questa di Nuti che si svolge come ripercorrendo i dati sensibili e fisici di esperienze vissute in un tempo e in uno spazio certi, in geografie altrettanto reali, ma con una pratica dei materiali che sembra ancora una volta di più aderire a ragioni di natura, origine frammentarietà di un supporto pittorico estremamente labile- carte veline ancorate su tela – e fragile come i ricordi e le esperienze parzialmente rimosse o offuscate dal tempo, l’uso di una tecnica pittorica limitata alla discrezione e liquidità dell’acquarello.
Tutto un repertorio strumentale che, pur assecondando for me e confini del reale, sembra, con il suo piegarsi, avvallarsi e farsi quasi scultura, rispondere ancora una volta di più ad esigenze interne, di pura proiezione, di quel principio per il quale un contenuto soggettivo – un’esperienza, il suo ricordo, la sua memoria – viene estraniato dal soggetto e, con tutte le sue pieghe, incorporato in un oggetto.