Il virtuoso corredo di Nina Soldano e l'utopia di Nuti
«Lo spazio dell’utopia», l’ha intitolata così Lidia Righini di Pontremoli la mostra di Franco Nuti, allestita alla galleria «Piccinni» tornata alla precedente gestione.
E nel brioso catalogo scrive: «… Nuti ha avvertito l’impossibilità di perseguire una strada unicamente fondata sulla disciplina del colore e della pittura. Si è dato dunque dei traguardi, che formalmente sono divenuti nel tempo dei veri e propri obiettivi. Obiettivi che sempre più hanno avvicinato la struttura del quadro ad un elemento scultoreo, architettonico. L’opera d’arte non è più poesia, frammento, quanto piuttosto realtà quotidiana, corpo che si inserisce nel paesaggio urbano per entrare nell’orizzonte umano. Lo spazio dell’utopia si è dunque colmato».
E’ indubbio come l’artista romano (anzi di Pomezia, per essere precisi) insegua dei chiari quanto utopistici obiettivi, quali la pratica della pittura con occhi e mani da scultore, ma è anche vero che in questo suo tentativo che sa di audacia egli manifesta una sconcertante disinvoltura. E la sua arte pittorica è, fondamentalmente, disinvoltura: disinvoltura che scaturisce dalla ricerca.
Così nelle macchie di colore che con inaudita immediatezza lasciano immaginare e scoprire un paesaggio di campagna od anche un paesaggio urbano; così in questi intrecci di carta o di tela che nel loro modulo ondulato consentono di dare forma o scultura alle macchie di colore; così in quegli spazi bianchi che valgono a concepire il senso dell’infinito.
Tutto il Nuti realizza con una sorprendente e meravigliosa disinvoltura (che è padronanza di idee e di sensazioni) e riesce addirittura fascinoso con i suoi riquadri, nella loro versione singola come ed ancor più in quella multipla, o con più prospettive.
Non sappiamo se il fascino che il Nuti realizza attualmente possa considerarsi un traguardo. E’ certo che egli offre una indiscutibile personalità di artista saggio e ricercatore. E niente affatto utopistico.